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Dopo quella Notte

indexLa sceneggiatura di “Dopo quella notte” non ha molto di autobiografico, eppure credo che questo film e la sua narrazione abbiano tanto di me. Ognuno dei personaggi protagonisti infatti mi assomiglia per differenti lati della personalità e del carattere, ma il dato del lungometraggio nel quale più mi si può riconoscere è l’emotività con cui ho cercato di raccontare questa storia. “Dopo quella notte” è in poche parole un film sul mistero e sul senso della vita, sull’inesauribile ricerca della felicità. Nei miei mediometraggi, che erano tutti delle opere cinematografiche travestite da lungometraggi, ho portato all’attenzione personaggi perlopiù già in partenza in distonia con il mondo, che vivevano quindi una profonda crisi esistenziale oltre ad una altrettanto rilevante insoddisfazione riguardo alla loro vita. Ho perseguito lo stesso tema narrativo in “Dopo quella notte”; qui però i personaggi entrano in crisi dopo un evento traumatico che cambia inesorabilmente la loro esistenza. Il film è la storia del percorso di rinascita esistenziale che questi ragazzi, ed il prete che è lo zio del loro amico che perde la vita, compiono, passando attraverso un buio ancora più intenso rispetto a quello che vivono dopo la morte di Francesco, ricercando un tipo di solitudine perlopiù totalizzante. Questi giovani si trovano a modificare la loro prospettive biologiche perché, avendo perlopiù sempre basato tutto sulle vacue apparenze delle loro esistenze benestanti, capiscono improvvisamente di non avere mai compreso niente della vita vera, e si ritrovano del tutto smarriti. Oltre che un’opera cinematografica sul disorientamento spirituale è un film sulla perdizione quindi, e sull’esigenza, che più o meno tutti in certi momenti siamo portati a vivere, di buttarci via, e poi appunto sulla pericolosità di questa condizione biologica che tende ad essere praticamente imposta dalla società alle persone che più sono dotate di sensibilità. Uno dei problemi del presente credo appunto che sia che non esiste un vero nemico con cui andare a fare i conti. La montagna nel film è per ovvie ragioni l’immagine della bellezza, e poi della magnifica grandiosità del mondo nel quale perdersi per poi ritrovarsi, dell’incomprensibile infinito il cui fascino ci cattura da quando siamo nati. Amo molto questa idea del perdersi per poi ritrovarsi, anzi trovarsi; credo che questa radice di anticonformismo, che ho assunto con il passare degli anni, arrivi indispensabile per la crescita di qualunque essere umano dotato di sensibilità, della profondità e della capacità di sapersi guardare dentro. Sono convinto che almeno le persone dotate di questo tipo di inclinazioni possano essere in grado di comprendere quanto “Dopo quella notte” sia un film molto motivato ed autentico, estremamente sentito. In generale ho cercato di dare delle emozioni con questo lungometraggio; è la cosa che più mi interessa proporre attraverso il mio percorso di artista. Trovo che in questo momento storico in modo particolare, alla faccia della crisi e delle esigenze più commerciali, dovrebbe esserci almeno un po’ più di rispetto nei confronti della purezza della sensibilità degli artisti; io, per esempio, ho dovuto lottare contro le dinamiche di chi voleva probabilmente storpiare il mio film senza conoscerlo e comprenderlo. Non posso che ringraziare a proposito il produttore Andrea Iervolino. Chiusa parentesi. La sceneggiatura del film affronta l’esistenza umana nelle sue più dolorose e misteriose contraddizioni; attraverso questo punto di vista intendevo appunto arrivare a tratteggiare un inno alla vita, che è realmente comprensibile a mio avviso solo vivendo certo il disagio ma soprattutto il dolore. Solo superando lo spauracchio della morte si può arrivare infatti a capire, a vivere e forse a risolvere un minimo, la vita. Tengo sempre a curare personalmente la sceneggiatura perché, lo ammetto, credo molto nel regista autore; continua ad apparirmi il modo più vero per girare un film. Tecnicamente sono convinto che esista un linguaggio cinematografico che funziona, e quello ho voluto usare dirigendo “Dopo quella notte”, che è a livello generale un lungometraggio di totale con campo e controcampo. Amo infatti uno stile canonico ma non spoglio (ed appunto il mio è un film di montaggio, con molti stacchi ed un numero almeno sufficiente di inquadrature) anche perché questo tipo di linguaggio può poi permettermi di “osare” con la macchina da presa nei momenti più emotivi e d’impatto, e nel film ce ne sono tanti che spero così risaltino. Ho usato molti carrelli in avvicinamento non tanto per citare Muccino (che comunque è un mio indiscusso archetipo che sento molto vicino). L’avvicinamento significa infatti per me l’immagine affezione (come insegna il noto teorico Gilles Deleuze); partire larghi per arrivare a stringere più o meno lentamente l’inquadratura è un modo per manifestare la mia partecipazione e affezione ai personaggi nei loro momenti di smarrimento o di crescita. Il carrello in avvicinamento in certe scene sta anche a rendere l’idea della provvidenza divina che si avvicina ai protagonisti più o meno a loro insaputa; “Dopo quella notte” infatti è un lungometraggio con una radice molto mistica, un’opera quindi che possiede insite delle profonde, ed a mio avviso importanti, implicazioni metafisiche. Ecco, la cosa più autobiografica del film è la ricerca esistenziale e mistica che compie il personaggio di Flavia, interpretato dalla eccezionale Lucrezia Piaggio; le domande che lei si pone sono state le mie, e per tanto tempo ancora credo rimarranno in me. Quello che mi auguro, e che ho cercato di arrivare ad ottenere con questo lungometraggio, è che lo spettatore esca dalla sala diverso rispetto al momento in cui vi è entrato, alla fine ritrovato padrone di un nuovo senso di sé e dell’esistenza in generale. Anche per arrivare a questo risultato, non solo per lo spirito della narrazione, ho puntato su almeno alcune scene che potrei definire, a livello psicologico, piuttosto violente, e anche su un pizzico di quello che definirei sano cinismo. E poi spero si rileverà un forte intimismo ed un profondo senso della malinconia in questo mio lavoro, egregiamente reso anche dalle bellissime musiche di Riccardo Della Ragione. “Dopo quella notte” vuole quindi essere un film sulla vita vera, su alcuni personaggi che comunque continueranno a vivere una vita a metà (come è appunto il titolo della canzone che accompagna i titoli di coda), un’esistenza che rimane in sostanza non certo ancora risolta. Tutti però finiscono, a seguito degli eventi che hanno vissuto, per riconoscersi ben felici di ritrovarsi ancora non solo vivi ma rinati, pronti a riscoprire nuovamente tante cose inesplorate nella propria esistenza. “Dopo quella notte” è quindi un’opera catartica ed infine liberatoria; il finale in generale e l’ultima immagine del film in particolare spero risulteranno esemplificativi in questo senso.

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