“La scelta”

Ho sempre stimato il cinema di Michele Placido. E’ uno dei pochi artisti italiani che, partendo da un solido successo come interprete cinematografico e televisivo, ha saputo costruirsi una parallela carriera come regista di film che, tra alti e bassi, brillano per il loro percorso autoriale. Un altro attore che è diventato un valido regista di film d’autore è Sergio Rubini, e mi soffermo un attimo a chiedermi se non è un caso che anche lui sia pugliese.

“La scelta” è il nuovo film che Placido ambienta nella provincia natia, per la precisione a Bisceglie, a pochi chilometri dalla sua Ascoli Satriano dove ha girato alcune scene. Ed è sicuramente interessante il tentativo di portare ai giorni nostri la vicenda di un autore universale come Luigi Pirandello; il problema dell’ultimo lavoro di Placido è forse nel fatto che, da un autore che aggiorna un grande autore, mi sarei aspettato anche un passo avanti rispetto alla riflessione tematica già proposta da Pirandello.

L’attore e regista pugliese aveva già narrato del tema della violenza alle donne all’inizio della sua carriera di cineasta in “Le amiche del cuore”, un film che ricordo come un’opera genuina e fluida, forse semplice ma non semplicistica e capace di un certo impatto emotivo. Nel caso di “La scelta” invece, Placido pare purtroppo fermarsi perlopiù alla costruzione della forma, e lascia l’impressione di mancare di partecipare alla vicenda ed all’evoluzione drammaturgica dei personaggi. Certo gira bene, muove la macchina da presa in modo ispirato, nobile e sapiente, ma la sceneggiatura non va oltre la svolta drammaturgica promessa dalla vicenda stessa, ed il resto della narrazione appare quindi ridondante e poco evoluto.

Ambra Angiolini lavora molto bene, Bova le sta dietro senza stonare, ma dalla seconda parte del film in poi ho fatto fatica a partecipare, e non mi sono emozionato nemmeno prima. Ispirata è anche la colonna sonora originale, che Placido compie forse l’errore di utilizzare troppo, risultando magari un po’ troppo lirico in certi passaggi. Il finale del film è un altro esempio in cui prevale la confezione sull’impatto drammaturgico, confonde un po’ le idee e rimane appunto un po’ volutamente irrisolto.

Sono uscito dalla sala con la colonna sonora nelle orecchie, e sulla strada di casa ho riflettuto sul fatto che un film d’autore che non riesce a superare una buona confezione non è purtroppo utile al cinema d’autore. Bisogna cercare di trasmettere emozioni, di raccontare una storia forte che la forma tecnica e artistica deve supportare, non il contrario. Altrimenti le commedie più o meno becere continueranno senza problemi ad occupare per la maggiore spazi che dovrebbero essere utilizzati a scopi prettamente culturali.

Giovanni Galletta