“Birdman”. E un evento vissuto a Times Square

Buongiorno a tutti. Ecco la mia seconda NON RECENSIONE nel contesto di questo BLOG ANTI BLOG (a chi non fosse chiara questa affermazione e interessi approfondirla consiglio un’occhiata alle prime righe di quanto pubblicato ieri). Sinceramente però, lo preciso subito, mi interessa di più quello che vi racconterò nella seconda parte di questo scritto, a cominciare dalla seconda frase che ricordo del film sino alla fine del racconto.
Allora. Trovo che “Birdman” sia un signor film, magari non un capolavoro all’altezza di altri premi oscar, ma un grande film senza dubbio.
I meriti del lavoro di Inarritu sono rintracciabili a mio avviso, oltre che nella fattura tecnica praticamente ineccepibile, soprattutto nella lucidità con cui descrive la vita dell’artista e del mondo che gli gravita intorno. Non credo che si tratti di un quadro ineccepibile e completo anzi, ma di un ritratto parziale che anche per questo motivo riesce ad essere più incisivo.
Cito solo due momenti di dialogo, che credo dicano molto a riguardo di quanto sostenuto; il primo, riassumibile in una battuta, è straordinario per la sua lucidità:
“Un uomo diventa un critico quando non può essere un artista”.
Il secondo estratto del film è un momento che mi è rimasto dentro, sicuramente perché dice tanto di me. Il dialogo a cui mi riferisco si svolge tra una ragazza di vent’anni, che è la figlia del personaggio del regista, e il personaggio dell’attore ultra quarantenne interpretato da Edward Norton, e si svolge più o meno così:
Lui: “Vorrei strappare dalle orbite quei tuoi occhi!”
Lei: “Ah, carino”.
Lui: “Vorrei farlo per vedere la strada qui sotto come la vedi tu, con gli occhi dei tuoi vent’anni”.
E sotto di loro c’è non solo New York, ma proprio Times Square, il centro di Manhattan.
Mi sono commosso, e New York ancora una volta mi è sembrata più vicina, molto vicina, anche fisicamente.
E mi sono ricordato di un “piccolo”, grande, evento che ho vissuto a Times Square pochi mesi fa.

Ah, stavo dimenticando, scusate. Per chiudere sul film: quando sei un artista hai un’urgenza espressiva e personale che ti si mangia, e solitamente sei disposto a qualsiasi cosa, qualsiasi cosa lecita, pur di raggiungere il tuo obiettivo, anche a farti più o meno male ed a farlo in un modo potenzialmente incontrollato ed incontrollabile, perdendo appunto anche la possibilità di tenerne sotto controllo le conseguenze. E questo dato di fatto rivela la grande forza e la grande fragilità di un’artista, un mix unico, una voragine lancinante nel profondo ma allo stesso tempo una spinta verso l’alto che appunto ti può portare  magari anche a volare, sicuramente dove nessun altro che non abbia le tue attitudini possa arrivare. Alla peggio, anche senza il privilegio del volo, arriverai comunque in un luogo magico di cui nessun critico cinematografico potrà mai anche solo riuscire ad ipotizzare l’esistenza.

Tornando a quello che stavo per raccontare e che tengo a mettere nero su bianco. Ricordo che passeggiavo appunto nel pieno centro della città, e  che ero felice,  felice di trovarmi li, felice di potere pensare che ero dall’altra parte del mondo rispetto ai luoghi in cui ero nato, e mi trovavo appunto ancora una volta a New York, esattamente dove volevo essere.
Ad un certo punto il mio sguardo si è fermato su due giovani; lui stava facendo bodypaint sul corpo di una ragazza bellissima che avrà avuto diciotto – vent’anni. Lei vestiva solo gli slip, ed aveva tutto tranne che le parvenze di una modella. Sarà stata alta poco più di un metro e sessanta ed il suo corpo, per quanto a mio avviso bellissimo, lasciava intravedere un minimo di cellulite subito sotto i glutei, quindi non si poteva definire perfetto anche se era perfettamente proporzionato, a cominciare dal seno.
A mio avviso, lei era, e lo sarà ovviamente ancora, incantevole.
La scena, intendo precisarlo, non aveva nulla di volgare, anzi mi è apparsa di una finezza soprattutto dolce. Anche per questo motivo mi sono fermato incantato. E dopo qualche minuto, prima che lui finisse il lavoro, mi sono avvicinato e, nel mio inglese elementare, ho richiamato l’attenzione di lei e ho detto: “You’re beautiful”. Poi ho ripetuto la stessa frase, come se avesse potuto non essere chiara o lei avesse potuto essere sorda, o come se il movimento del pianeta avrebbe potuto essere stato avvertibile proprio in quel momento tanto da rendere vacuo o anche solo poco chiaro quanto avevo espresso. Lei mi ha lasciato un bigliettino da visita.
Io me ne sono andato ma sono tornato indietro dopo pochi passi, e sono rimasto sul posto sino al momento in cui il pittore e la ragazza hanno finito di dare un po’ di vita in più a quel luogo splendente, di gran lunga il più splendente che i miei occhi abbiano visto.
Di quella ragazza meravigliosa prima di tutto per la sua finezza avrei voluto rubare non il suo corpo ma il suo essere lì, il suo vivere quel momento preciso della vita come lo viveva, con quella leggerezza senza pudore che non sarebbe più stata la mia, in quella purezza che non avrei vissuto più e che vedevo invece nel profondo di lei per il merito dei suoi pochi anni che le permettevano di essere ancora così incontaminata.
Mi manca quel momento e ricordarlo mi provoca un’acuta malinconia ed allo stesso tempo una sensazione di struggente dolcezza.
Mi manca New York, e mi manca ancora di più qualcosa di maggiormente confuso che non so nemmeno bene cos’è. O forse almeno in parte lo so, e continuerò ad inseguirlo ogni momento.
Con “Birdman” quanto ho raccontato non c’entra magari molto. Con il sottoscritto invece, nel caso abbiate veramente capito quello che ho cercato di dire, ha a che fare sicuramente.
Grazie per l’attenzione. Buona giornata a te.
Giovanni Galletta